il filo dei ricordi-racconti

sabato 27 luglio 2013

LA SETA

                                                 LA SETA

E' cosa conosciuta che Como e la sua provincia abbiano sempre vissuto di seta. Io stessa da ragazzina ho imparato il lavoro dell'orditrice presso una tessitura del mio paese, è un lavoro da certosini, dove il filo di seta arriva già finito, tinto, e trattato, pronto per essere lavorato, dall’orditoio poi  passa al telaio dove diventa tessuto, per cravatte, foulards, o seta per abiti.
Licia invece, mi racconta come nel suo casale la sua famiglia coltivasse i bachi da seta.
La mia nonnina ( io la chiamo così) mi dice: adesso non si coltiva più niente  hanno strappato tutti  i miei "moroni".... le piante di gelso con le cui foglie si alimentavano i bachi da seta.


Ai primi di maggio, nel pomeriggio dopo la processione, il curato benediceva in cotta e stola i cartoni di semente che la nonna portava alla balaustra dell'altare maggiore, erano foglie di gelso. si benediceva poi, la stampa del SS.Crocifisso dell'Annunciata di Como, una stampa non più grande della pagina di un vecchio messale che avvolta in un candido mantilo, conteneva qualche oncia di roba: erano minutissimi vermi, sottili come la punta di un ago, neri e fini come i semi del tabacco.  

Le donne anziane su quel brulicame  vegliavano: attente al colore, al moto,all'odore e traevano pronostici  sul futuro raccolto , con trepida speranza ....
Per permettere a questi vermi di diventare sani e produttori di bava, che poi diventava seta, la nonna, se li metteva in seno , e li trattava come una reliquia, si attardava a lasciare il letto per  le diverse mattine che seguivano, perchè il tepore del corpo serviva per far schiudere le larve .

Era la speranza che sosteneva Licia e la sua famiglia, nei mesi successivi. 
Le larve venivano poi disposte in locali appositi e poste su dei tavoli che non erano veri e propri  tavoli,  i bachi che si schiudevano diventavano filugelli, produttori di filo, detti " cavalieri"
Era un impegno notevole,  la "bigatteria" così venivano chiamate le stanze, doveva essere ben chiusa agli spifferi di aria e agli sbalzi di temperatura per cui si aprivano le finestre solo al bel tempo e si chiudevano tutte le finestre e tutti i buchi nei muri durante i temporali freddi, e a volte lividi di maggio.

Il pericolo più grosso era che i bruchi  si ammalassero di calcino (che Dio ce ne liberi) o di giallume, perchè morivano a migliaia.
(Giallume. Le larve si gonfiavano  diventando quasi trasparenti, la pelle così fine si screpolava procurando la morte della larva)
(Calcino. Eccesso di mineralizzazione delle larve, che in un primo momento si ricoprivano di striature rosse, di seguito sbiancavano indurendo, così che le larve non riuscendo più a muoversi morivano diventando rigide come gessetti da disegno)

La nonna e la mamma e le zie di Licia, coglievano il gelso  e lo tritavano fine come polvere, che veniva sfarinata sulla muta dei cavalieri piano piano, quasi come un vapore verde e leggero, le cimette giovani del gelso fresche e umide come nebbia,  nutrivano quei bruchi che in una quindicina  di giorni, un mese al massimo, sarebbero diventati tanto grassi, da occupare trenta quaranta graticci di canne, che venivano collocati uno sull'altro alle pareti,  in doppia fila in uno stanzone grande come il refettorio di una caserma.    
I "Cavalieri" la facevano da padrone sempre più ghiotti, esigenti, insaziabili, perchè dopo la seconda o più ancora la terza dormita crescevano a vista d'occhio e divorando a tutto spiano, giorno  e notte, le foglie di Gelso. Per mantenere la temperatura costante nei giorni piovosi, Licia,   con le sorelle e i cugini dovevano far provvista di legna per il focolare  e ventilare l'aria con grandi drappi, oppure controllare le finestre nei giorni di sole per evitare colpi d'aria......
Licia racconta di un odore nauseabondo, cha a volte lo stomaco ne risenntiva, ma se quel raccolto fosse stato poficuo avrebbero avuto un anno buono  a seguire.
Le donne dormivano poche ore non avevano più tempo nemmeno per sistemarsi, scarmigliate e spettinate come zingare, accudivano queste larve instancabilmente dando loro ora, foglie intere non più tritate.

La foglia intera veniva colta dagli uomini e dai ragazzi nei giorni di sole e messa in sacchi di iuta chiamati sacchi di  moggia aperti con cerchi di legno oppure durante i giorni di pioggia tagliavano i rami che mettevano sotto i portici ad asciugare.....
Negli ultimi,  giorni nello stanzone, un brusio ingordo riempiva il silenzio, i bruchi continuavano a mangiare senza tregua nemmeno di notte, la nonna, chiamata " reggiura" era la prima ad alzarsi e l'ultima  a coricarsi e quante volte interrompeva il suo sonno, una corsetta al buio, per vedere, regolare, e pulire sotto a quei mangioni,  gettare una manata di foglia in più ai più voraci a diradare i grovigli, a spiare se ne cadevano, o se ne morivano..
Quando non mangiavano più, sui graticci di canne si rizzava un finto bosco, erano mazzi di ravizzone, o cespugli di scoparia posti li per far si che tra gli steli si arrampicassero lenti, a decine di migliaia i cavalieri: cerniti, puliti, bianchi lucenti, oscillando lievemente, dalle loro mascelle che per tutto quel periodo avevano  mangiato foglie di Gelso ora usciva un quasi invisibile filo che si allungava, si sdoppiava, si  moltiplicava, per metri,  centinaia di metri.

Il bruco si includeva in questo velo leggero,che diventava sempre più fitto e dorato, in poco tempo diventava duro e compatto, la vita  del baco si spegneva, mentre dai rami mille e mille caldi bozzoli , soffici come piccolissime balene, preziosi come l'oro, pendevano nella penombra di questo stanzone, Licia ha visto piangere  di gioia le donne della sua famiglia.  Ora si doveva procedere al raccolto, ed’era un giorno di festa e di canti al casale del Ronco, bisognava avere mani decise ma delicate, le gallette stavano tenacemente attaccate ai rami con un  un filo bianco  che le avvolgeva si doveva star attenti a rompere solo quel filo, a non schiacciare il bozzolo, era un lieve sdrucio di seta lacerata,  poi questi  fragili bozzoli, di una lucentezza meravigliosa,  cadevano nei cesti che venivano ricoperti con una tela bianca casalinga, per poi venire caricati sui carri, e portati alla filanda, i Buoi trainavano il carro con passo lento e deciso, davanti al carro il nonno col papà di Licia, seguiti da tutta la famiglia vestita a festa, questa giornata era il rendiconto,  la posta  più alta di tutta l'annata....

La nonna, la "reggiura" prendeva intanto un'altro sentiero, si recava in chiesa,  davanti all'altare della madonna , donava un involtino con una decima delle gallette, era seta per la madonna che aveva benedetto i cavalieri,...................
Un dono in bozzoli portato alla Madonna da ogni contadino, dice la tradizione:
 Porta bene un manto di seta in paradiso.





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